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LA VITICULTURA A CANOSA
A Canosa di Puglia - città fondata, secondo la leggenda, da
Diomede - la viticultura è di casa da sempre. Vasi o coppe vinarie, adornate
con scene di libagioni e banchetti, sono presenti nelle antiche tombe - di umile
gente così come di aristocratici - della Canosa del IV secolo a.C. e solo un
secolo più tardi la produzione di vino canosino doveva essere tanto abbondante
da consentire al condottiero cartaginese Annibale - secondo lo storico Polibio
- di curare i suoi cavalli, colpiti da una malattia cutanea dopo la storica
battaglia di Canne (in prossimità di Canosa), con impacchi di vino vecchio.
Limportanza della coltura della vite a Canosa di Puglia emerge con chiarezza
anche dalle monete ivi ritrovate e datate fra il V secolo a.C. ed il II secolo
d.C.: non poche presentano su una delle due facce il grappolo di vite, a testimonianza
della rilevanza del commercio del vino per la ricchezza del luogo. Lo storico
Varrone riferisce, inoltre, di una particolare tecnica di coltivazione della
vite adottata solo a Canosa di Puglia: la vigna veniva maritata, e con successo,
allalbero di fico. Non manca chi, infine, abbia connesso lo stesso nome
della città di Canosa alla cultura della vite: secondo alcuni, infatti, Canosa
deriverebbe dalla parola ebraica chanuth, diventata poi chanus
e cioè taverna.
E Canosa fu, in effetti in epoca romana, un grande ed importante nodo stradale.
Un luogo di sosta per mercanti, soldati e viaggiatori che sempre trovarono fra
le sue accoglienti e ben munite mura una coppa di buon vino. Come accade anche
oggi.
Non più tardi di un secolo fa erano decine gli stabilimenti vinicoli che sorgevano
nellabitato o nella periferia di Canosa. Ognuno di essi era dotato di
una sua cantina scavata nella pietra calcarea in grado di garantire basse e
stabili temperature. In non pochi casi le grotte - così le chiamavano
e le chiamano tuttora i canosini - erano costituite da più piani sovrapposti
e scendevano fino a 20 o 30 metri in profondità. Nei bracci delle grotte
erano collocate, ordinatamente, a volte anche decine di botti di medie dimensioni
(solitamente, da 25 a 40 hl.) e, più raramente, barili. Un congruo numero di
lucernai forniva aria e qualche barlume di luce. La nascita delle grandi cantine
sociali - Canosa ne conta tre - condusse al progressivo disuso dei vecchi stabilimenti
vinicoli e con esso al graduale abbandono delle grotte alcune delle
quali furono trasformate in rifugi antiaerei nel corso del secondo conflitto
mondiale. In molti casi lirresponsabile chiusura di alcuni lucernai -
impedendo la circolazione dellaria - trasformò labbandono in irreparabile
degrado. Ciò non ostante, alcune di queste grotte sono visitabili
ancora oggi. In qualche caso vi si trovano ancora botti e barili che sembrano
attendere la prossima vendemmia. In altri casi sono visibili, scolpiti nel tufo,
motivi popolari di ispirazione religiosa. Il recupero ed il riutilizzo delle
grotte costituisce un obiettivo certamente difficile ma non impossibile.
Negli ultimi anni, il panorama produttivo è ancora una volta significativamente
mutato. Alle storiche cantine sociali si sono aggiunti alcuni vinificatori e
imbottigliatori privati. Le tecnologie di vinificazione si sono aggiornate.
Le difficoltà del mercato vinicolo, da un lato, e lesposizione ai mercati
nazionali ed internazionali, dallaltro, hanno inciso tanto profondamente
quanto positivamente sulla mentalità dei produttori. Lo spirito di emulazione
e la necessità di far fronte a competitori sempre più agguerriti hanno introdotto
nel lessico dei produttori parole dimenticate, come produzione di qualità,
o del tutto nuove, come promozione, commercializzazione e internazionalizzazione.
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